Le origini del Carnevale sono antichissime, affondano le radici nei riti etruschi ed in quelli romani volti a celebrare il ritorno della fertilità ed il passaggio dall’inverno alla primavera. Nell’antica Roma nel mese di febbraio si celebravano i Saturnalia, dei lunghi giorni di festa dedicati al dio Saturno: secondo la mitologia Saturo è il dio l’età dell’oro, un’età in cui l’uguaglianza, l’abbondanza e la felicità erano alla portata di tutti. La celebrazione dei Saturnalia consisteva quindi nel riprodurre l’età dell’oro attraverso sontuosi banchetti, balli sfrenati e dissolutezza. Le gerarchie e gli obblighi sociali venivano messi da parte ed anche gli schiavi partecipavano ai festeggiamenti eleggendo un Princeps, vestito con abiti sgargianti e una maschera, come caricatura della classe dominante. Con il passare del tempo ed il susseguirsi delle epoche si iniziò a parlare di Festa dei Pazzi seguendo l’antica tradizione del “è lecito essere folli una volta l’anno!” e, sebbene la Chiesa Cattolica ne avesse per un lungo periodo vietato le celebrazioni, la tradizione continuò a tramandarsi sino ai nostri giorni. Il Carnevale che noi tutti festeggiamo oggi è strettamente legato alla religione e, in particolare, al periodo di Pasqua. La Pasqua viene preceduta dal periodo di Quaresima durante il quale, per cinque settimane, è vietato mangiare carne ed il Carnevale precede proprio questo periodo. La parola Carnevale deriva infatti dal latino “carnem levare” che vuol dire “eliminare la carne” e sta ad indicare il banchetto del martedì grasso prima del digiuno della Quaresima che inizia con il mercoledì delle ceneri. La settimana del Carnevale è quindi dedita ai travestimenti, al divertimento ed al buon cibo e viene celebrata non soltanto in Italia ma anche in molte altre parti del mondo. IL CARNEVALE DI UNA VOLTA di Peppino Tomassi. Le indagini degli studiosi sottolineano la continuità storica fra il personaggio burlesco di Carnevale, che si mette pubblicamente a morte dopo un periodo di dissipatezze e di piaceri e, l'antico Re dei saturnali romani. E' uno dei riti di inizio d'anno destinati ad allontanare il male e forse anche una cerimonia di propiziazione e di fertilità. A Palestrina ilCarnevale conobbe un periodo di particolare celebrità come si può ricordare da una dolente poesia di Trilussa sel 189o, che lamenta la decadenza delle grandi esultanze in maschera di una volta: ER CARNEVALE DE MO' "Vardeme Carnevale!... Si ammazzato! Manco a Frascati, manc'a Palestrina: so stato su p'er corso che ch'ho incontrato? 'Na zinghera, 'na coca e 'na fatina... ... De tutt'er Carnevale de 'na vota che ciarimane mo? 'npar de vejoni". La partecipazione a Palestrina era pressoché unanime e corale e la popolazione si può dire che scendesse tutta nelle strade e nelle piazze A tavola, la musica cambiava ed il pranzo di Carnevale era certamente più ricco,specialmente nelle case dei benestanti. Il povero, che doveva accontentarsi di stare ai margini della festa, nel suo mesto lamento diceva così: "Carnivale che è de li contienti, chi ha farina fa li maccaruni e io meschino che 'n ciavevo gniende me tocca i dormì a calà de sole". Anche un'altra filastrocca mette in evidenza il desiderio di un cibo più saporito prima di entrare nelle ristrettezze dello spirito quaresimale: "Carnivale viecchio e matto s'è 'mpegnato lo pagliariccio p'è crombasse lo sanguinaccio e Quaresima jottongella s'è 'mpegnata la vunnella pe' crombasse la sarachella". Per mascherarsi la gente non aveva un costume ben definito: L'importante era di non farsi riconoscere per poter improvvisare qualsiasi scherzo. In genere, gli uomini si vestivano da donne e le donne da uomini e si scendeva in pizza per ballare lo sfrenato "cicchete ciacchete", una specie di saltarello accompagnato dall'organetto e dalla tamburella.
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Divertimento a zero Spese….……
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